Cuqù

Giorgio Pemberton - Stella Duchamp

Lo sguardo cattivo. 

Di chi è questo corpo se non anche tuo
Se ti amo te lo do e ridò quante volte vuoi
Ma tu stringilo senza appropriartene
Continua ad amarlo nel suo divenire

Di chi è questa luce se non anche mia
la amo la canto la disfo quante volte mi va
Ma tu proteggila dalla mia incostanza
Continua ad inventarla nelle forme che vuoi

La voglia è tanto grande amore
ma la vita così breve
Per questo a volte io ho
lo sguardo cattivo

La rabbia è tanto aspra amore
E la vita così dura
Per questo a volte io ho
tanta paura

Di chi questa febbre che non va mai via
saziala prendine cura fanne quello che ti va
Ma toglimi ogni insicurezza
Inventa anche me nelle forme che vuoi

Di chi questa casa vissuta in piena anarchia
Togli aggiungi cambia rompi quello che vuoi
Sì, proteggila dal mio bisogno di ordine
Continua ad adattarla ai sogni che fai

La voglia è tanto grande amore
Ma la vita così breve
Per questo a volte io ho
lo sguardo cattivo

La rabbia è tanto aspra amore
e la vita così dura
per questo a volte io ho
tanta paura

 

Da una conversazione ascoltata in un ristorante, una sera, tra due amiche trentenni. Lerici, settembre 2011.

 “...Quando l’ho conosciuto abbiamo parlato per una settimana intera, quasi senza interru­zioni. Eravamo nello stesso albergo, a Genova. Io per turismo, lui per lavoro. 

Semplice­mente, si è trasferito in camera mia. Abbiamo parlato così tanto che non c’era nemmeno il tempo di dormire, di lavarsi, di vestirsi. Usci­vamo da quella stanza solo per andare a mangiare qualcosa in un ristorante a pochi metri di distanza. E continuavamo a parlare, senza sosta. L’infanzia, i li­bri letti, i primi amori, i progetti per la vita, le sofferenze, le delusioni.

Le parole veniva fuori con semplicità. Con un candore e un’intensità così dolce che non avevo mai sperimentato prima. Mi spogliavo, davanti a lui. Completa­mente. Tiravo fuori da me ciò che ero e glielo offrivo. Anche lui.

E’ stato for­midabile e strano. Entrambi con questa urgenza incontrollabile, che non la­sciava spazio ad altro. E senza mai sfiorarci nemmeno con un dito. Come se tutti e due stessimo uscendo da un lungo letargo. Come se fossimo nati davvero soltanto al momento del nostro incontro e lo stupore di scoprirci vivi, immersi nel mondo.

Abbiamo parlato di tutto. Ancora oggi mi sembra inverosimile. Quella settimana mi è sembrata durare un anno, tanto il tempo si era compresso per l’urgenza di dire e di sapere. Alla fine siamo crollati e abbiamo dormito per due giorni di seguito.

Ricordo ancora con emozione il sapore di quel ri­sveglio. Lui era sdraiato accanto a me, intento a guardarmi, e in quello sguardo caldo e calmo ho letto una intensa gratitudine. La stessa che lui, pro­babilmente, stava leggendo nel mio. Allora, fare l’amore è stato l’atto più giu­sto e naturale che la natura potesse metterci a disposi­zione. Come un premio, sì. Un premio per entrambi, per la devozione che avevamo di­mostrato verso i nostri mondi interiori.

Ecco, credo che l’amore alla fine sia questo: un rive­larsi quasi in punta di piedi, con tanta delicatezza, mettendo da parte i ruoli po­sticci che indossiamo nella vita sociale. Per scoprire un’intesa che è fatta di una leggerissima semplicità.”