Cuqù

Giorgio Pemberton - Stella Duchamp

Intervista a Giorgio Pemberton e Stella Duchamp. 

E’ il 13 febbraio del 2013. Siamo a Torino, ai piedi della collina. A pochi metri dal fiume Po. In una vecchia palazzina un po’ fatiscente che risale ai primi del novecento. L’aria è pungente, avvelenata dall’inquinamento, anche se pioviggina lento, con un sentore di nevischio. Entriamo in un appartamento arredato come una scuola materna, dove al centro della stanza più grande c’è un piccolo palco. Scrivo poco e malvolentieri ma ugualmente due amici molto cari mi hanno convinto a fare questa intervista. Sono arrivato da Praga ieri sera, in treno. Soffro di crisi di panico, per cui non posso salire su un aereo. Boumil, uno dei due miei amici, mi aveva chiesto per telefono: “Hai voglia di fare un’intervista a un duo musicale italiano che ancora non conosce nessuno?” Amo da sempre la canzone italiana, non so perché. Forse riesce a toccare una parte di me irrimediabilmente infantile. “Va bene. Magari mi viene una buona idea per il mio romanzo. E sono quasi vent'anni che non torno in Italia.”

Da Praga a Torino in treno è una follia. L’ho fatta. Ora sono qui, per niente curioso e abbastanza pentito. Perché Boumil, e poco dopo anche Misha, desideravano tanto che intervistassi questi due signorini un po' alteri, un po' troppo riservati? 

Gregorio Samsa: Quando è cominciata?

Giorgio Pemberton: Nel 2007. Facendo teatro. C’è stato un momento esatto in cui il teatro non bastava più. Stavamo improvvisando per fare uno spettacolo sul Dottor Zivago. Erano proprio le parole ad imprigionare, a chiudere. Ad un certo punto le abbiamo buttate via, utilizzando il grammelot.

Stella Duchamp: Abbiamo addirittura fatto uno spettacolo tutto in grammelot. Si intitolava Disijyncantos. Da lì al canto il passaggio è stato breve, ma naturale. Diventa sempre più difficile emozionare attraverso il suono delle sole parole, per quanto tu possa declamarle bene…

Giorgio Pemberton: E’ vero. Un giorno ti accorgi che quelle parole che hai imparato con tanta fatica, di cui hai difeso il significato per anni, d’improvviso non servono più a nulla, hanno smesso di significare. E non sai dove cercarne di nuove, se esistono ancora o se quel filone sia stato completamente prosciugato…

Gregorio Samsa: Nel viaggio in treno ho ascoltato i vostri brani. Alcuni li ho trovati molto mediterranei, addirittura classici. Altri, proprio non li ho capiti. Nel senso che non mi è chiara la vostra direzione. Cosa esattamente state tentando di fare, utilizzando la forma classica della canzone?

Stella Duchamp: Chi lo sa. La poesia è una dimora che non sempre fa bene. A volte c’è l’urgenza di qualcosa di meno impegnativo, di toglierti di dosso questa enfasi e questa febbre che alla lunga ti esasperano… E, in questo senso, la forma classica della canzone è rassicurante, diventa come un piccolo nido in cui sperimenti la vocalità protetto da una lunga tradizione. Sono paletti solidi, che devi rispettare.

Gregorio Samsa: Ma oggi la scena musicale sembra andare in tutt’altra direzione. L’intrattenimento, il rispetto del ritmo, la voglia di divertire, di fare da colonna sonora ai momenti allegri e spensierati della vita quotidiana. Queste canzoni non le ascolterà mai nessuno che abbia davvero voglia di svagarsi. Richiedono un ascolto attento, quasi claustrofobico. Come le pagine di un romanzo molto difficile. Invece, si tratta di canzoni. Non è un po’ presuntuoso?

Giorgio Pemberton: Forse. Non lo so. A me piacciono. Le canto e le suono con grande piacere.

Stella Duchamp: Molto presuntuoso. Questo sì. Ma è un problema che ha Emilio Locurcio. Vive in una dimensione troppo pensosa. Nonostante questo, ogni tanto tira fuori alcune melodie e alcune frasi che arrivano dritte al cuore. Ovviamente, non a quello di tutti. Allora è bello lavorarci sopra, trovare l’impasto delle voci, intessere le melodie in forme non prevedibili. Perchè è questo il rapporto che abbiamo: lui ci dà una specie di canovaccio, una sorta di copione melodico con l'aggiunta, spesso, di troppe parole. E noi ci lavoriamo di fino, asciugando, togliendo, spingendo più in là la posta in gioco. C'è l'idea e noi le troviamo un corpo. Affinchè, dopo, possa vivere di vita propria. Diventando finalmente una canzone.

Gregorio Samsa: Molto suggestivo. Ma con questo tipo di repertorio sperate davvero di scalare le classifiche, di arrivare a far sì che la gente canticchi queste canzoni mentre passeggia o prepara la cena?

Giorgio Pemberton: Non sarebbe splendido?

Stella Duchamp: Naturalmente, non accadrà mai. Ma è importante?

Gregorio Samsa: Forse no. Quindi, non è questo il vostro obiettivo. E allora? Vi è sufficiente la dimensione del concerto?

Stella Duchamp: Eccome! E’ lì che accade tutto. Un CD è soltanto la documentazione di un evento che è accaduto altrove. Un contenitore di ricordi.

Gregorio Samsa: Nell’ascolto dei brani non ho perso la testa. Anzi. Ogni tanto mi veniva voglia di saltare subito al brano successivo. Ma mi sono trattenuto. Solo uno mi ha colpito, per un'indubbia originalità. Ma ne parleremo dopo.

Giorgio Pemberton: Almeno uno. Che bello. Parliamone subito, invece, così torniamo tutti e tre di buon umore. Magari, addirittura, riusciremo a fare anche un po' di amicizia.

Stella Duchamp: Stiamo litigando, per caso? Non era soltanto un’intervista?

Gregorio Samsa: Sono venuto da Praga in treno. Forse sono un po’ stanco. Mi ero illuso di trovare il caldo di un paese meridionale. Invece, la neve! Solo quattro gradi in più di Praga. Avrei dovuto proseguire fino a Napoli.

Stella Duchamp: Vuole un gelato? Una cioccolata locale, con le nocciole? Forse abbiamo ancora del buon vino, giù in cantina. Una grappa. Dei formaggi stagionati dal profumo nauseabondo, assai meglio di quelli francesi. In pochi minuti possiamo allestire un piccolo banchetto, se questo l'aiuterà ad essere più gradevole.

Gregorio Samsa: Scusatemi. Accetto tutto.  E, dopo, prometto che sarò più gradevole.

Giorgio Pemberton: Per quale giornale scrive? Chi l’ha mandata?

Gregorio Samsa: Magari ci fosse un giornale, dietro. Il costo del biglietto è stato pagato grazie a  una colletta. Ecco, questo è un punto importante. In realtà non scrivo per alcun giornale. Sono stati due miei amici a pregarmi di…

Giorgio Pemberton: A pregarla, addirittura?

Stella Duchamp: Prende un treno da Praga e arriva fino a Torino solo perché due amici l’hanno pregata di…

Gregorio Samsa: Non due amici qualsiasi. Ma Boumil e Misha. Li conoscete?

Giorgio Pemberton: No.

Gregorio Samsa: Loro vi conoscono. Avevano il vostro CD. L’hanno duplicato per alcuni musicisti di Praga, incuriositi dagli arrangiamenti. Chi è questo Davide Ruzza? Non sembra un rockettaro, eppure certi suoni riportano al progressive degli anni settanta. Altra nostalgia. Niente futuro. Sempre e solo il passato, come un'infezione virale. Ma Boumil e Misha sono rimasti colpiti dallo stesso brano che ha emozionato anche me. Volevano saperne di più. Non parlano italiano. Così, eccomi qui.

Giorgio Pemberton: Mi scusi, lei come si chiama?

Gregorio Samsa: Gregorio Samsa.

Giorgio Pemberton: Sta scherzando?

Gregorio Samsa: Per niente. Crede che sia facile? Scusi, lei come fa di cognome?

Giorgio Pemberton: Pemberton.

Gregorio Samsa: Appunto. E lei?

Stella Duchamp: Duchamp.

Gregorio Samsa: Quindi non prendiamoci in giro. Ce n’è per tutti, mi sembra. Ora possiamo ricominciare l’intervista? 

E abbiamo ricominciato. Dopo aver dato fondo al piccolo banchetto che, davvero, in pochi minuti hanno allestito sopra quel palco di legno. Poi c’è stato un buon caffè. Mentre tante persone entravano e uscivano da quell'appartamento con le motivazioni più inverosimili, a cui non venivo mai presentato ma non fa nulla. C'era chi doveva provare un brano musicale, chi un monologo, chi un duetto, chi era arrivato fin lì per aggiustarsi una maschera, chi aveva un idea da proporre subito e guai non ascoltarla, chi semplicemente per il profumo di un buon caffè. Intanto, fuori dalle finestre, aveva ripreso a nevicare. Così, poco a poco, è venuta fuori un’intervista molto interessante. Che vi farò leggere nella prossima puntata. C'è qualcosa di inenarrabile nel piacere che si prova a parlare semplicemente di musica con qualcuno che la ama quante te. Lo dico con dispiacere, pensando a quelli che vivono senza musica. O che la usano come un attrezzo, un oggetto d'arredamento.

Gregorio Samsa

Liutaio in Praga

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