Cuqù

Giorgio Pemberton - Stella Duchamp

Trecento. 


Ricordo trecento Idee arrivate dall'India
pranzavamo nella capanna sulla spiaggia
grappoli d'uva fermentavano sui pergolati
ulivi piegati dal vento verso gli scogli
ci gettammo in mare con i piatti in mano
restando nell'acqua gelida tutta la notte
Rischiarati solo dalla stella del nord
idee una più bella dell'altra ma noi niente
Troppo affezionati ad una sobria mediocrità
Come oche in preghiera intorno allo stagno

Ricordo trecento pianeti scesi dalla Via Lattea
Fino alla volta stellata una notte d'agosto
c'è un male gratuito dettato dai sensi di colpa
cattiverie frutto della inadeguatezza
resisteremo alla tentazione di distruggere
l'immagine di noi modellati vivi
in una statua che scalcia su un dirupo
nel sonno parli con divinità crudeli
da quel giorno che ti ho conosciuto
e non sapevo che fare della mia vita

Ricordo trecento storie d'amore in una storia sola
in piedi sul letto cantavo al corpo di un uomo
un oceano, dentro l'oceano un veliero
vele alzate pelle scottata di schiuma
qualcosa all'orizzonte appariva scompariva
poi ricordo trecento vele ammainate
La fragilità è una forza una virtù della bellezza
Accudirti nello scorrere di un pomeriggio
intorno al battito del mio cuore
in una casa abbandonata da tre generazioni

Ricordo un'estate di avere avuto trecento figli
seduti alla mia tavola tutti identici
mi guardavano mentre affettavo il pane
imparando i loro nomi uno ad uno
ricordo trecento letti preparati in fretta
le carezze a quei visi profumati di latte
Ricordo trecento figli scomparsi al mattino
l'amarezza di un caffè bevuto in lacrime
mentre li cercavo frugando
l'orizzonte nei quattro punti cardinali

ricordo trecento morti in una morte sola
due del pomeriggio cimitero di campagna
fiori enormi al colmo dello splendore
Nel profumo del miele e del mirto
quanto nettare appiccicato al corpo
In un turbinio di api e cicale
Tutta la natura in festa
Ricordo di aver pensato sorridendo
Che stupidaggine morire d’estate
E farlo addirittura trecento volte

Dammi finalmente il suono vero della tua esistenza.
Dammi le sillabe sacre che sciolgono in un sorriso il buio. 

 

Itaca. Estate 2008. 

Osservare il mare e sentirsi Lord Jim, Ulisse, Cuore di Tenebra, Lawrence d’Arabia, Arthur Rimbaud, Vinicius De Moraes. E, dopo qualche secondo, sentirsi invece un figlio illegittimo di Dostoevskij, un nipotino astigmatico di Georges Simenon, un compaesano malinconico di Domenico Modugno. E subito dopo ancora, arriva il nulla. Nullatenente, nullafacente, Come l'ultimo extracomunitario di origini curde sbarcato sul molo di Palermo, una mattina in cui nessuno prestava attenzione alla calura.

Come quella linea sfumata che confonde i sogni con l’orizzonte.

Guardarsi intorno senza vedere, nell’ignoranza delle cose più semplici, immersi in un silenzio secolare.

Abitare laggiù, dentro un enigma emerso da vecchi libri e carte nautiche, con gli occhi persi nell’azzurro intenso che si estende a levante.

Non qui, tra casette fatiscenti e orridi caseggiati, popolati da uomini con il cranio rasato e dal viso cereo, in giaccone nero e jeans stinti, da quattro soldi, con muscoli esagerati e lo stomaco dilatato, feroci pit-bull al guinzaglio. E da smunte ragazze madri, più vecchie delle loro madri, che hanno già perso ogni voglia di desiderare. Famiglie con sei figli, che si passano gli stessi vestiti anno dopo anno, ricuciti con esasperazione. Tre generazioni di perdenti, dai nonni ai nipoti, riuniti sotto lo stesso tetto, a guardarsi in faccia durante la cena, sbigottiti. Qui, no. Manca l'aria, per sognare.

Invece laggiù, immobile, guardare il mare e tra breve sciogliere gli ormeggi. Senza barba, tatuaggi e orecchini. Già odorare di naufragi, ancor prima di allontanarsi dalla riva. Tra bucce di cocomero che galleggiano quiete sul lieve ondeggiare della spiaggia e rumori di ciottoli nella risacca del mattino.

Perso nella lucidità saggia delle mattine luminose, dei tramonti rossi e dei mari celesti.

Attrezzarsi alla navigazione, tra ulivi e uve che fermentano sui pergolati, per un viaggio senza ritorno, spogliarsi finalmente delle proprie divinità punk, squatter, hippie e fricchettone.

Laggiù, nella quiete interrotta solo dal frinire delle cicale.

Ci sono ancora tanti mari da navigare e relitti da trovare, isole a cui approdare in solitudine e sogni da riportare alla luce del giorno.