Cuqù

Giorgio Pemberton - Stella Duchamp


Libri essenziali per un(a) buon(a) musicista

I libri consigliati in questa rubrica non hanno nulla a che fare con tecniche compositive o suggerimenti riguardo la manutenzione del proprio strumento musicale. Parlano di musica come ecosistema autosufficiente e biodegradabile, dove accadono eventi che chi non si occupa di musica non può vedere né comprendere. Faccende che occupano pochi istanti di tempo e poi svaniscono, per tornare a breve in forme mutate. Non a caso questo sito si rivolge soprattutto a coloro che hanno una lunga frequentazione con la musica.

 

“Silenzio” di John Cage 

Il libro è stato pubblicato nel 1961 dalla Wesleyan University Press e questo non può non provocare un senso di spaesamento e vertigine in chi frequenta quotidianamente la musica anteponendo sempre la domanda che cos'è esattamente un suono e cosa provoca nella nostra mente a qualsiasi altra pratica musicale del tipo solfeggio, contrappunto o armonia. E' passato così tanto tempo ed è davvero cambiato così poco nella musica contemporanea? Apparentemente, sembra di sì. Eppure questo è un libro che ha cambiato radicalmente il concetto tradizionale e accademico di approccio all'universo sonoro, tanto da aprirlo addirittura all'improvvisazione e alla casualità. Dopo, è stato possibile quasi tutto mentre prima non era permesso quasi niente. A rileggerlo adesso si rimane fortemente impressionati. Certo, John Cage era soprattutto un filosofo, con nessuna voglia di diventare un concertista o un direttore d'orchestra. Quindi il suo approccio alla musica era  scientifico, da acuto osservatore di un fenomeno e non da appassionato travolto dalle proprie emozioni. Anzi. Eppure, in embrione, nelle pagine di questo libro si trovano tutte quelle idee eccellenti che poi hanno incendiato la musica a partire dagli anni settanta, dai Beatles fino a Laurie Anderson, da Karlheinz Stockhausen a Luciano Berio, da David Bowie a Demetrio Stratos. Sono davvero trascorsi più di cinquant'anni dalla stesura di queste pagine? E cosa abbiamo suonato, nel frattempo?

 

“Novelle K 666. Fra Mozart e Napoli” di Roberto De Simone 

Mozart e Napoli sono un accostamento irresistibile. Infatti Roberto De Simone, deliziato, è capitolato subito scrivendo però sette novelle che sono veri e propri gioielli sull'anima più autentica di Napoli. Come non la si vede mai e come, soprattutto, non si fa vedere. Nel 1770 il quattordicenne Mozart soggiornò a Napoli per oltre un mese e mezzo e si esibì a corte e in molti palazzi aristocratici. Questo è il pretesto narrativo per un viaggio tra istituzioni fatiscenti, anziani musicisti, conservatori prossimi alla chiusura. Memorabile la rievocazione di un allestimento de Il Flauto Magico realizzato con l'Opera dei Pupi con Zibacchiello e Zibacchiella al posto di Papageno e Papagena. De Simone si mette alla ricerca della partitura originale, girando tra i vicoli più antichi e contattando chi, ormai, è prossimo alla fine portando via con sé la vera memoria storica della città partenopea. Quello che colpisce, in queste pagine visionarie, sono la gratitudine e la commozione che impregnano l'autore nella scelta di ogni parola, nel cesellare ogni frase, l'inchinarsi rispettoso al cospetto di una cultura che è fatta di mille stratificazioni e, sopra ogni cosa, la comprensione del valore reale della musica che tutto unisce, amalgama, tramanda, coinvolge, punisce, fino a restituire dignità alle umane vicende. In poche parole, il sublime. Se ogni musicista fosse consapevole, mentre intesse le sue melodie, che in quel momento sta trafficando con il sublime, oh bè, bella storia sarebbe per tutti.

 

Il buio, il fuoco, il desiderio. Ode in morte della musica” di Gino Castaldo 

Ecco un libro onesto, pieno di passione, di amore e dispiacere. Che dovrebbero leggere tutti coloro che hanno amato la musica pop, il suo essere la prima esperienza proletaria di tutto il pianeta, amalgamando insieme cervelli di raffinatissima cultura e rozzezze urbane al limite della barbarie, le schitarrate selvagge di un giovane barbiere insieme agli accordi di nona del neolaureato in scienza della comunicazione. Il canto rauco di un camionista ai vocalizzi celtici di una rampolla aristocratica. Nel periodo d'oro, era possibile per un analfabeta diventare miliardario in pochi mesi, rispettato da tutti e trasformato in un'icona. Perchè nell'arena rock c'era posto per tutti. Era interclassista, curiosa, lungimirante e aperta a qualsiasi ribaltamento. Indipendentemente dalle origini o dalle etnie di appartenenza di chi lo proponeva. Ciò che contava era l'idea e la qualità emotiva che trascinava con sé. Il giudizio finale spettava solo ai fruitori di questa musica che ne decretavano il valore o l'inutilità. Non ricordo qualcosa di simile in nessuna civiltà o forma di democrazia concretamente realizzata. Infatti il rock è stato un fenomeno transcontinentale che nessuna frontiera è mai riuscita ad arginare. E' ancora così? Gino Castaldo sostiene di no. Con ottime argomentazioni. Che provocano quel dispiacere di cui parlavo all'inizio.

 

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