Cuqù

Giorgio Pemberton - Stella Duchamp

Cosa ascoltare quando si è troppo giù

 

Dagli inizi del novecento si sa per certo quanto la musica sia un formidabile antibiotico contro malattie reali e immaginarie, per chi la fa e per chi l'ascolta. Purchè vissuta senza ansie di prestazione o, peggio, nell'illusione di emulare personaggi dello star system. Basta rimanere lucidi quel minimo necessario per comprendere che la musica è al nostro servizio e non viceversa. Anche se sappiamo fare solo un paio di accordi alla chitarra o sulla tastiera del pianoforte qualche melodia decente si riesce a tirarla fuori, l'importante è educare l'orecchio all'ascolto. In assenza di chitarre, pianoforti e altri strumenti, usare una poltrona comoda e chiudere gli occhi. 

Georges Brassens.

Impossibile non conoscerlo. Se non altro per le traduzioni fatte da Fabrizio De Andrè di alcune sue canzoni. Ma riscoprirlo dopo tanti decenni è un toccasana per bronchiti, raffreddori, infezioni alle vie respiratorie. C'è la sua voce birichina, sorniona e, dietro, tre vecchietti come lui alla chitarra, al basso e, quando occorre, alla fisarmonica. Una ritmica essenziale, quanto di meglio occorre per ritornare di botto alle belle origini popolari della musica. I testi sono meravigliosi, semplici, arrivano dritto al cuore, a quella parte sana che teniamo in ombra per non fare la figura dei sentimentaloni. Canta in francese, è ovvio, ma esistono delle ottime traduzioni in italiano che si possono leggere durante l'ascolto. Giusto per sapere in quale direzione stiamo viaggiando. Fontane, strade di campagna, paesini con la ghiaia bianca e la calce come intonaco sui muri, pergolati, profumi inenarrabili, innamorati sulle panchine che attendono il far sera. Un universo femminile e maschile che abbiamo perso di vista e abbiamo fatto malissimo, dove l'amore sbocciava all'improvviso e nessuno ne faceva un dramma, anzi, ringraziava il creato per il dono inaspettato. Sono tutte canzoncine da canticchiare in buonumore, per questo liberano le nostre vie respiratorie meglio di un antibiotico. 

La Gatta Cenerentola di Roberto De Simone. 

Se uno si chiedesse (e perchè mai dovrebbe farlo? Ma potrebbe accadere) qual è l'esatto valore della cultura musicale partenopea, in questa opera troverebbe tutte le risposte. Rimanendone incantato. Perchè c'è una tale voglia di vivere, un piacere così raffinato nel soffrire, un'energia viscerale nello sfottere che già al secondo ascolto si diffonde per intero nelle vene e nelle arterie, producendo una quantità di endorfine da sconvolgere il nostro metabolismo, poco abituato a frustate così violente di  ribellione. Escie o' sole. E il sole esce per davvero, travolgendo le nostre frustrazioni, ridicolizzando le crisi di panico, trasformando la nostra depressione in melodramma. Da lì alla guarigione, è una passeggiata. Non c'è niente di serio, niente di ineluttabile, niente di cui valga la pena lamentarsi. Solo la morte. Ma quella, finchè siamo vivi, non ci riguarda. Impasti vocali prodigiosi, arrangiamenti ridotti all'osso ma precisi come segni grafici di Matisse, voci dal timbro ecclesiastico o diavolesco a seconda della narrazione, pause teatrali, un mondo intero cantato con un tale piacere che uno alla fine si chiede come si fa, Dio mio, come si fa a vivere lontani dal canto? E quella, è già una buona parte della guarigione. 

Caetano Veloso. 

L'usignuolo di Bahia. Ma non è un'etichetta da cartone animato. Caetano Veloso usignuolo lo è per davvero. Potrebbe tranquillamente fare a meno degli strumenti di accompagnamento e mettersi lì, in una strada, da solo, a intessere tranquillo le sue melodie. La gente si fermerebbe comunque, come stregata. E non se ne andrebbe più. La sua voce è un medicamento consigliato a chi freme di rabbia e non riesce più a contenersi, a chi vorrebbe spaccare tutto e magari a breve lo farà, a chi cova un tale risentimento da meditare per anni una vendetta esemplare, insomma, a chi è a un passo da un ictus. Caetano Veloso fa il miracolo. Dopo dodici battute, già comincia ad andare meglio. Dopo ventiquattro, il mondo non è più quella discarica dentro cui ci hanno scaraventato. Dopo trentasei, grazie a quella voce, si fa largo nella mente una strana pace interiore, qualcosa che somiglia all'effetto dell'etere ma per fortuna non lo è. Se uno canta così, avrà le sue buone ragioni per farlo. E se le ha lui, perchè non potremmo averle anche noi? Basta mettersi lì, tranquilli, ad ascoltarlo. E magari le troviamo. Così non abbiamo bisogno dell'ictus. Caetano Veloso. Ma non lo trovate in farmacia. 

Vinicius De Moraes. 

Sergio Bardotti l'ha portato in Italia e gli ha fatto conoscere Ungaretti. Si sono chiusi in una villa a Mentana insieme a Sergio Endrigo e hanno giocato per giorni e notti con filastrocche, non-sense, madrigali, samba, liquori, schitarrate latine. Ne è venuto fuori un disco bellissimo, di cui pochi sanno ed è un peccato. Non vi diciamo il titolo, così almeno fate la fatica di trovarlo su internet. Comunque, Vinicius era un poeta. Un poeta vero, ufficiale, stimato e conosciuto in tutto il Brasile. Un poeta letterario, per intenderci, di quelli che scrivono e poi pubblicano. Ma, a differenza di tutti gli altri poeti, Vinicius cantava. Accompagnandosi con la chitarra. Per capire meglio il fenomeno, potremmo immaginare Francesco Petrarca con il liuto tra le braccia mentre canta chiare, fresche e dolci acque. O Dante Alighieri intento ad accompagnarsi con la fisarmonica mentre intona il quinto canto dell'Inferno. Ecco, Vinicius, era così. Quello che scriveva, lo cantava. Sempre. E' chiaro che poi non ti vengono malattie. E' chiaro che ti svegli la mattina e non dici oggi non mi sento tanto bene. Canti. 

Beatles.

Non c'è nulla da aggiungere. Basta il nome e uno è già di buon umore. Quello è il sound per eccellenza. Ti annoi? Metti su i Beatles e non rompere i coglioni agli altri. Non sai cosa fare? Metti su i Beatles e vedrai che un'idea ti viene. Ti hanno fatto un torto? Metti su i Beatles e lascia perdere. E così via, all'infinito. Quel sound aggiusta tutto.

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