Cuqù

Giorgio Pemberton - Stella Duchamp

 Una gita.

 

Tra le pietre rosse il fiume scorreva rapido
Formando a valle piccole cascate
Sotto la luce tremolante d’un sole timido
Il segno eloquente delle ultime nevicate

Eravamo partiti alle quattro del mattino
portando un libro da leggere ad alta voce
Durante le pause di quel lungo cammino
Interrogare la vita, diventarne capaci

Perché a volte risulta destabilizzante
Scoprirsi da un giorno all’altro adulti
Non ci sono più parole rassicuranti
a capire l’espressione dei nostri volti

c’era qualcosa di disarmante
in quell’affidarsi limpido
Una fiducia commovente
quasi un antico compito

Sul sentiero ghiacciato le suole di gomma
delle nostre scarpe non fanno rumore
E’ in atto uno squisito melodramma
Non un filo di vento un forte batticuore

Saliamo nel gelido silenzio di quel febbraio
Tra i fiori schiusi d’un tranquillo pomeriggio
aspettando infreddoliti l’arrivo del buio
Per inaugurare il nostro primo campeggio

E poi lì ammaliati nella notte stellata
la mente naviga e ora immagina
tutta la vita come una lunga risata
rompi ogni indugio tutto si scompagina

c’era qualcosa di disarmante
in quell’affidarsi limpido
Una fiducia commovente
quasi un antico compito

a poco a poco si smette di sapere
per concedere senza timori la propria resa
i fatti non ci sono devono accadere
ma ha qualcosa di sacro quest’attesa

ti senti un deserto una tigre un mare
sei il tempo l’origine il tormento il defluire
ecco a onde il brivido del precipitare
l’amore di cui sei fatto sta per apparire

non importa la notte sì è un’altra storia
il buio ci trascina in sembianze di fratelli
un’unica narrazione una sola memoria
siamo tutti smarriti siamo tutti così belli

c’era qualcosa di disarmante
in quell’affidarsi limpido
Una fiducia commovente
quasi un antico compito 

 

Dal diario di un'adolescente sedicenne. Una decina di anni fa. 

“Quest’anno ho un compagno nuovo, a scuola. Viene da un altro quartiere. L’anno scorso è stato bocciato. E’ un ragazzo un po’ strano: non sa nulla di calcio, di musica leggera, di programmi te­levisivi. In classe è malvisto perché non parla volentieri. A parte me, nessuno è mai stato a casa sua. E’ abituato a fantasticare, a sognare in solitudine.

Ma poco a poco si è abi­tuato alla mia presenza. Me ne accorgo da come si rilassa, quando gli sono vicino. E’ buffo: allora mi rilasso anch’io. Gli presto dei libri da leggere e lui li pre­sta a me. A volte ne parliamo, a volte no.

Spesso facciamo lunghe gite in bicicletta e poi camminiamo nei campi, nei boschi, fino ad una rocca da cui si domina tutta la val­lata. Camminiamo nell’erba, imparando a conoscerci. Anche senza par­lare. Quando mi guarda, sento che condivide. Non so cosa. Non importa. Ma quello sguardo sembra dif­fondere tante promesse.

Sì, è un ragazzo strano. Ai miei genitori non piace e credo di intuire perché. Non è prevedibile, mai. Ti osserva in silenzio, con attenzione. E questo mette a disagio. Ma è uno sguardo indulgente, rispettoso, profondo.

Quando sono con lui il tempo as­sume una qualità, diventa significativo. Quando lui non c’è entro in un tempo d’attesa, semplicemente cronologico. Ora, so benissimo che questo fenomeno ha una spiegazione, un nome preciso. Ma ne ho paura. Però ci sono paure che fanno bene.”